Mike Collins, l’”italiano” dell’Apollo 11. Predestinato alle “prime spaziali”

Mike Collins, l’”italiano” dell’Apollo 11. Predestinato alle “prime spaziali”

di Antonio Lo Campo

E’ stato l’uomo più solo dell’Universo.  Luglio 1969:  Apollo 11, la prima missione spaziale che prevede uno sbarco sulla Luna, raggiunge dopo quasi 4 giorni dalla spettacolare partenza da Cape Kennedy il satellite naturale della Terra. E Michael Collins, che è il pilota dell’astronave, deve restare in orbita attorno alla Luna, in attesa che i suoi due compagni di missione, Neil Armstrong e Buzz Aldrin portino a termine il primo sbarco con il modulo lunare e la prima esplorazione della Luna. Quando l’astronave, orbitando a 110 chilometri dalla superficie selenica, entra nel lato nascosto della Luna, dove i contatti radio non esistono ed è quasi sempre buio totale, Mike è davvero l’uomo più solo dell’Universo. 

“Ricordo quei lunghi silenzi, quasi inquietanti, con nostalgia” ci confidò Michael Collins in un incontro di alcuni anni fa “Ti dirò che mentre Neil e Buzz erano sulla superficie lunare, ero l’uomo più solo dell’Universo. Amo la tranquillità da sempre, sai ? Però quella era particolare …”.

Collins fu il secondo astronauta a vivere questa esperienza, dopo John Young, pilota del modulo di comando della precedente Apollo 10, che però non fu una missione di sbarco, ma piuttosto una prova generale di quello che Collins avrebbe portato a termine con Armstrong e Aldrin.                                                                                                             

Mike Collins, un predestinato.  Alle grandi imprese e alle grandi “prime” dell’astronautica. 

L’ex astronauta della NASA si è spento il 28 aprile, all’età di 90 anni, dopo una lunga malattia.  Ne avrebbe compiuti 91 il prossimo 31 ottobre. Era nato, infatti, nel 1930 a Roma, in un edificio di Via Tevere numero 16. Ecco perché nei giorni indimenticabili della missione molti giornali italiani lo definirono “l’astronauta di Roma”, oppure “l’italiano dell’Apollo 11”. In realtà Mike Collins, pur essendo statunitense a tutti gli effetti, era nato in Italia poiché il padre era addetto militare all’Ambasciata degli USA nella capitale. Nacque quindi da un papà dell’Esercito, un futuro cadetto della mitica Accademia di West Point, dove ben presto il giovane Collins diventerà ufficiale e poi pilota militare e collaudatore. Con un curriculum invidiabile, entra a far parte del gruppo astronauti Nasa a Houston nel 1963, in un team di 14 astronauti-piloti destinati alle missioni Gemini e Apollo. La sua partecipazione alla missione Apollo 11 fu quasi casuale: “Mi feci male in una brutta caduta e mi lesionai la spina dorsale” ci raccontò al riguardo Collins durante il nostro incontro in Italia “Fui quindi scartato dall’equipaggio dell’Apollo 8 per il primo viaggio Terra-Luna: una missione storica. E in quel momento non sapevamo ancora cosa ne sarebbe stato dell’Apollo 11”.

“Non te lo dice, ma aveva il morale a terra” gli fa eco la moglie Pat, mentre Mike abbozza un sorriso.

Era il 1968. Collins restò in clinica per qualche giorno.  Il suo posto venne così preso dalla sua riserva, James Lovell. Così, l’equipaggio dell’Apollo 8, per lo storico viaggio fino all’orbita lunare (senza sbarco) da Borman, Collins e Anders, diventò Borman, Lovell e Anders.

Mike Collins passò così all’equipaggio di riserva dell’Apollo 8, assieme a Neil Armstrong e Buzz Aldrin, i due astronauti destinati a scendere sulla Luna con l’Apollo 11: “Ancora non era possibile sapere se quella sarebbe stata davvero la prima missione di sbarco”. ci disse Collins “Se non fosse andato tutto così liscio, avrebbe potuto toccare alla 12, oppure alla 13, chissà …”.

Prima dell’assegnazione ad Apollo 8, e poi alla missione 11, Collins (che fu riserva della missione Gemini 7, nel 1965) fu protagonista della spettacolare missione Gemini 10, al fianco del comandante John Young, dal 18 al 21 giugno 1966.  Si trattò di un attracco perfetto con il modulo-bersaglio Agena, seguito da una passeggiata spaziale impeccabile. Fu la missione che, dopo le missioni 8 e 9 con diversi problemi, portò i responsabili NASA a procedere spediti con le missioni Apollo.

Collins, rimessosi in sesto, più in forma che mai, nel 1968 iniziò ad addestrarsi per pilotare l’astronave Apollo.  Il ruolo era quello di “pilota del modulo di comando”: non fu l’astronauta che scese sulla Luna, ma colui che ebbe l’enorme responsabilità di sganciare il modulo lunare e, soprattutto, di recuperarlo al ritorno dalla Luna. Operazione per nulla semplice e che dovette effettuarsi al primo tentativo. Insieme ad Armstrong e Aldrin, Michael Collins venne presentato dalla NASA il 9 gennaio 1969. Alla presentazione ufficiale seguirono sei mezzi e mezzo di preparazione specifica alla missione, fino alla partenza del 16 luglio.

Mike Collins sganciò il modulo lunare il 20 luglio, per il celebre allunaggio: il primo.

In seguito all’esplorazione di Armstrong e Aldrin, toccò proprio a Collins recuperare la sezione di ascesa. Si aprì il boccaporto che collegava le due navicelle e Mike apostrofò i colleghi in tono scherzoso: “Eh no! Voi due nella mia casetta spaziale così sporchi non ci entrate. Datevi una pulita e poi vi accoglierò …” disse, ai due colleghi con gli scafandri carichi di polvere lunare.

E se l’aggancio non fosse riuscito? Se fosse fallito? A quelle domande Michael Collins ci confidò: “Con il cuore immerso nel dolore più assoluto, avrei dovuto dire bye bye e tornare a casa da solo”. Per fortuna, non accadde nulla di tutto ciò. E non accadde nemmeno con Apollo 13, una missione che avrebbe potuto vederlo nel ruolo di comandante, se non fosse stato per l’infortunio e il successivo scambio di equipaggi con Jim Lovell.

Dopo la leggendaria missione Apollo 11, nel 1970 Collins lasciò la NASA, divenendo in seguito Direttore del Museo dell’Aeronautica e dello Spazio di Washington.  Da quel momento condusse una vita tranquilla, lontana dai riflettori, tranne che per i grandi eventi e anniversari. La sua ossessione divenne Marte: “Non posso andarci io” ci disse “Ma vorrei tanto che qualcuno ci vada. Possiamo e dobbiamo farlo. Ne abbiamo le capacità e le conoscenze: basta volerlo. La Luna appartiene al passato, l’abbiamo già conquistata. Noi dobbiamo puntare a Marte”. Scrisse un libro dedicato interamente al Pianeta Rosso, a come arrivarci e perché conquistarlo.  E ancora prima scrisse “Liftoff!”, la sua autobiografia con aspetti e curiosità inedite.

“Mi fai un autografo?” gli chiesi, al termine del nostro incontro “Ti ringrazio”.

“Sono io che ringrazio te.  E seguici sempre con passione!” fu  la risposta di Mike Collins. Un predestinato.

Antonio Lo Campo

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